La Natura delle Cose

18588868_10155014945379667_3830435037010737702_o-1.jpg

La mia amica Elisa dà l’acqua all’hibiscus giallo e mi fa notare quanto è cresciuto e sta bene. Sposta da sola il tavolo bianco di plastica pesante sotto il portico, si compiace del melograno fiorito e parla degli uomini:
– Se gli metti il guinzaglio ti danno l’out-out e si svincolano immediatamente: relazione finita dalla sera al mattino. Se non glielo metti, il guinzaglio, fanno quel che cazzo gli pare … senza limiti, e devi passare pure da scema con te stessa. Il risultato non cambia, li perdi sempre e comunque. Non c’è verso di fare progetti seri… È nella natura delle cose, sono bastardi.

Osservo la pianta delle albicocche, anche quest’anno ne ha tantissime. Tra venti giorni saranno pronte. Ancora un po’ asprigne, non troppo dolci, non troppo mature. Come piacciono a me. Anche questo è nella natura delle cose.
– La Natura è un cavallo matto, sempre imbizzarrito. Non sai mai dove va a fermarsi. Già, è proprio questa la bellezza della Natura. Inquieta e bugiarda. Irregolare come il volo sghembo e apparentemente senza senso della farfalla.

(La Vie Nouvelle, Paolo Benassi, 2017)

Il Tempo dei Poveri

FullSizeRender 17.jpg
Un po’ di me e del mio cuore rimarrà sempre lì,
davanti a una piccola casetta verde …

È vero quello che si dice dei poveri:
il tempo dei poveri è più sensibile di quello dei ricchi,
il tempo dei poveri non è mai ovvio, non è mai dimenticato,
il tempo dei poveri è ricco,
il tempo dei poveri è nelle scene per strada,
nelle lotte e nella confusione mentale alle quattro del pomeriggio.
I poveri una cosa ce l’hanno: hanno cuore.
Le ombre accecano le luci fredde della notte sui muri,
il mare è denso e scuro e lamenta ferocia.

Ognuno di noi porta con sé una piccola casetta verde
o se è fortunato di un altro colore.
I tuoi occhi hanno visto quello che vedo oggi io,
ed io non ti abbandonerò mai.

Ognuno di noi porta con sé una piccola casetta verde,
se ha un cuore.

 

 

(La Vie Nouvelle, Paolo Benassi, 2016)

Issate le Vele

18491683_10155003050029667_3637415186330977176_o.jpg

Il bagnino del Lido ha settant’anni e ne dimostra venti di meno di alcuni di voi che ne avete a malapena quaranta. Stamattina pittura con cura le porte delle cabine di bianco e le pareti dello stabilimento di azzurro (color velo Madonna, tanto per capirsi). Mi dice che lo fa una volta all’anno ma già ai primi d’agosto l’azzurro purtroppo sbiadisce nel celestino. È la vita. La manutenzione, mi fa ricordare, è importante nel mondo e glielo dico. Fa sembrare tutto nuovo, aiuta vedere le cose in ordine e ben tenute. Quanti di voi sanno pittare a fresco la propria mente ? Quanti sanno scegliere un colore nuovo che ci sta bene e meglio ? Quanti sanno manutentare con arte i propri desideri, le proprie aspirazioni, i propri progetti ? Il proprio tempo. Potare, tagliare, invasare di nuovo, mettere ordine e chiarezza aiuta. Ed è soprattutto essenziale nella socializzazione, nel relazionarsi con l’altro, con gli altri.

Sono le otto di sera adesso, è maggio e le giornate son belle e son lunghe. Andiamo a correre insieme, io, la figlia del bagnino, che è ancora una sventola, e il bagnino di settant’anni. Arranco all’inizio ma non li perdo, loro non se l’aspettavano nemmeno che uno che viene dalla fabbrica dei sogni di Cinecittà potesse tenergli testa. La vita è una bella scelta. Pensavano di aver scelto solo loro e mi piace vederli sorpresi. Sulla via del ritorno non li stacco per cortesia, ma con i quintetti per chitarra di Boccherini, a volume alto nelle cuffie, vedo me stesso, i miei sogni, i miei giorni e i miei pensieri, staccare le preoccupazioni e le incertezze e volare avanti in un pazzesco golden gala del tempo. “Issate le vele”, grida forte una bambina su un patino rosso di salvataggio alla sua ciurma immaginaria di pirati ed a noi che passiamo. Sì, pirati issiamo le vele, e corriamo. Al tramonto che fugge nel mare le scelte ci proiettano esattamente dove volevamo e vorremmo essere. Se si è artisti lo si deve essere sempre, fino in fondo, e si deve essere liberi. Così si vola. Il resto sta a galla.

(La Vie Nouvelle, Paolo Benassi, 2017)

L’Alba splende al Mattino

FullSizeRender 12.jpg
Quando si riallacciano vecchie amicizie, sia che si tratti di amici di infanzia, compagni di lavoro, persone con cui si è vissuta una relazione importante, o persone con cui negli anni, senza motivo apparente, semplicemente ci si è persi di vista, una domanda più di tante altre frulla nella testa:

-Ma tu ricordi chi ero ? Mi racconti, dal tuo punto di vista, chi ero … e forse chi sono … che cosa ricordi ? Qualsiasi cosa … magari tu hai ancora presenti momenti, eventi, sapori … un qualcosa che io ho cancellato o involontariamente dimenticato. Oppure ricordi le mie stesse storie ma le ricordi avvenute in modi e per cause del tutto differenti…

Di che cosa parlavamo ? Di che cosa ti parlavo ?

Chiacchieriamo un po’, così mi dici se vedi qualcosa di quello che ero in quello che io sono adesso … Se vedi qualcosa in quello che sono che c’era già allora. E come siamo cambiati. Conversare, sorridere, e poi tacere. E sentire il rumore del mare del tempo che ci avvolge entrambi completamente. Un po’ siamo qua e un po’ siamo là, oggi e ieri, sballottati avanti e indietro dalla tenerezza crudele della memoria.
E alla fine pensare …
-Che bello, mi hai conosciuto da giovane …
Eravamo sul set della vita insieme quel giorno, io ho fatto il tuo primo piano, tu hai girato il mio, … mentre l’alba splende ancora al mattino, oltre le colline verdi, sulla strada e sugli occhiali da sole…

(La Vie Nouvelle, Paolo Benassi, 2017)

I confini del destino

18518340_10154996113059667_5856301664131149430_o-1.jpg

– Qui sono felice. Per questo sono tornata, piccola Margherita…,
Saranno state a malapena le nove di una incredibile, splendida mattina di maggio. Nel sogno non si vedevano nubi nel cielo. Erano state portate via tutte da un bel venticello caldo che soffiava da ovest. Una fascia incerta e solo leggermente più definita di blu, divideva l’azzurro del mare dall’azzurro chiaro del cielo sulla spiaggia. Le due donne si trovavano al Bagno Belmare a Lido di Camaiore. Margherita pensò a un’altro mare, quello dell’Elba di tantissimi anni prima, a lei ed Elisabetta, la sua gemellina, che giocavano con un secchiello mentre Raffaella le guardava e sorrideva, e nella sua memoria la scena le sembrò differente ma nello stesso tempo sentì che c’era qualcosa di troppo simile a quello che stava sognando adesso.
– Avevi i capelli biondi, adesso sono tutti neri…, continuò Raffaella.

In quel momento la sveglia dell’IPhone cominciò a squillare avvisando Margherita: “sono le sette, e tu pigrona ti devi alzare ed essere a Pisa per le otto e mezzo … Dai muoviti, tirati sù! “.

Il sogno e il mare svanirono rapidamente e così anche il viso sfocato di Raffaella, ma le sue parole continuarono a risuonare tutto il giorno nella sua testa.

– Qui sono felice. Per questo sono tornata…,

Anche la giornata reale era una bellissima giornata di maggio. Guidando veloce verso Pisa le venne naturale pensare alla mamma, che era morta quando le gemelle avevano solo quattro anni ed otto mesi.
– Il destino ci porta dove vuole, ed i sogni del mattino, ogni tanto, fanno lo stesso, pensò con uno scontroso realismo, mescolato a quella punta di acuto e insoddisfatto dolore che provava ogni volta quando ripensava a Raffaella:
– Erano tanti anni che non ti sognavo più … mamma … pensavo che non saresti venuta mai più …,

Nei mesi successivi cambiò idea al riguardo, e soprattutto perchè quel ventisei maggio del duemila quindici, iniziato con la visita imprevista di Raffaella, quarantadue anni esatti da quel giorno di maggio in cui se ne era andata, col sorriso sulle labbra, a ventinove anni, fu nella sua vita come un secco giro di boa. Da quel giorno tutto cambiò. Raffaella era ritornata per rimanere, per non andarsene più e niente nel mondo di Margherita fu più come prima. Ne ebbe la prova quel giorno stesso.

Da allora qualcosa di mai sperimentato prima la avvolse e la travolse. Capì che i confini del destino assomigliano molto al sottile ed incerto tratto di blu che in certe mattine del Lido, divide l’acqua dall’aria. Più cerchi di definire il confine, più ti sfugge, e più ti porta lontano, come un tratto di matita a cera lanciato a caso sul mondo da un artista sicuro … … …

(La Vie Nouvelle, Paolo Benassi, 2017)

L’Eleganza del Tennis

2003 - Primo viaggio da Bollettieri 1307 214.jpg

L’Eleganza del Tennis

Era passata solo una settimana e un giorno, dalla sera che “Gabriella, zucchero e cannella” aveva “licenziato” il bel Pietro in quel modo di cui parleremo andando, un giorno sì e un giorno no, più avanti e più indietro, un po’ a destra e un po’ a sinistra, nei buffi capitoli della loro storia.

L’idea di soprannominarla “Gabriella, zucchero e cannella”, era venuta a Maria, una delle cosiddette “tre arpie”, (le altre due erano Elisa e Janette), compagne di scuola e innamorate perse e senza fortuna di Pietro, fin dal primo anno di ginnasio al Convitto, tanti anni prima. Era una parafrasi un po’ meschina rubata al titolo del bel libro di Amado. E poi negli anni la storia si era complicata, era successo di tutto, … Pietro non aveva voluto sentire ragioni, fino a infilarsi per bene in quel matrimonio impossibile, inteso dalle “tre arpie” come mercimonio, penultima e più elegante forma sublimata di prostituzione. Dell’ultima forma ci sarà tempo per parlarne … Un bell’autostrangolamento.  C’avevano azzeccato ? Beh, a dire il vero, se non ci avevano azzeccato del tutto c’erano andate abbastanza vicine. Forse anche troppo.

“Gabriella, zucchero e cannella”, era stata la versione definitiva e unanimemente accettata del soprannome dato alla splendida Gabry, dopo lunga ricerca, versione un po’ più nobile e ripulita di tante altre rimaste  segrete, cariche di piccole allusioni, storpiature cattive, sottointendimenti molto più espliciti,  su quell’alleggerimento “…ella”. Erano partite da “Gabriella, peperina e verginella” per passare a “Gabriella bella fuori e dentro puttanella” e … (per noi può bastare!) chi più ne ha più ne metta …

Cattiverie già grandi di giovani ragazze, frutto della gelosia e della frustrazione per non essere state scelte, nessuna, per quanto abbastanza belloccie, dal giovanotto. Nel frattempo, in quegli otto giorni, Gabriella, come aveva detto a Pietro nella scena madre in macchina quella sera, (***che presto troverete con il titolo “La Crudezza brilla sempre sul collo”) non aveva perso tempo ed aveva iniziato subito le sue spietatissime pratiche per la separazione.

Ripensando ai guai imminenti a cui sarebbe andato incontro, a Pietro passò per la mente l’immagine della sua cerimonia nuziale con Gabriella, poi gli passò per la mente la strana immagine di Robespierre su una specie di rozza barella straziato dai dolori a una gamba mezza amputata e sanguinante, (agghiacciante metafora), mentre risuonava nelle orecchie questo semplice mantra nell’omelia che un pretaccio arabo, tutto vestito di nero, illustrava cinicamente ai giovani sposi:

“E così sia … sia fatta la volontà del Signore … è il principio di realtà a cui nessuno sfugge …. nel mondo capita che a volte ci si prende e a volte ci si lascia, e spesso, se non sempre, quasi mai dipende da noi. E’ sempre la volontà del Signore che si compie. E’ nell’ordine delle cose, una forza della natura non si può contrastare, non si combatte contro la luce della luna, soprattutto se è luce di luna piena. E Gabriella era molto di più della luce di una luna piena, era luna strapiena, era luna pienissima. Gabriella era il massimo dell’audacia e della sfrontatezza, su una bellezza immensa dall’aspetto spudoratamente innocente. Ma che, come è ovvio, manco a dirlo, innocente non era. Ma a quella luce della luna Pietro non aveva mai saputo resistere. La bellezza di Gabriella lo aveva folgorato. Non c’era mai stata partita. Provateci voi a combattere con la luce della luna piena e vedrete che vi succede. Rimarrete sempre sconfitti e delusi e il giorno dopo inevitabilmente depressi.

Per questo nel girotondo delle relazioni a volte gli uomini sono sciocchi e piccini e le donne feroci, ferocissime come piranha; altre volte le donne sono assurde e naif e gli uomini nascondono quei pochi bricioli di cuore e d’anima che gli rimangono, nel tacco di una scarpa.

E allora Pietro pensò a come avrebbe dovuto essere, invece, per lui, il mondo ideale.

– Per me dovrebbe assomigliare ad un immenso campo da calcio, senza limiti di linee, senza porte, senza reti, senza bandierine, senza arbitri, senza segni per terra…-, pensò allacciandosi strette strette le scarpe da runner per andare a correre:

– Un campo dove si gioca e basta, e l’avversario correttamente, a un certo momento dice:

– Pietro bravo, hai fatto goal !!!,

– Si, anche tu Gabriella hai fatto gol, e lo hai fatto meglio e prima di me. La correttezza e il rispetto del punteggio: come un derby che sta ancora sull’uno ad uno. Quando un giocatore bravo fa un gesto atletico eccezionale, qualcosa di sorprendente, tutti si fermano ad applaudire, nessuna rissa tra i tifosi sugli spalti, nessun spiegamento di polizia fuori dello stadio, ma solo applausi da parte di tutti, meritate e sportivissime standing ovation condivise.

L’eleganza del tennis e di certi eccelsi giocatori di tennis (Federer era uno di questi, insieme a qualche spagnolo meno famoso) trasferita in un campo di calcio ideale e senza confini, dove non servono regole ma tutto fila via liscio come dovrebbe essere. Un mondo dove a prevalere è il buon senso.

Ma la guerra delle relazioni, la guerra dei sessi, la guerra dei maschi e delle femmine, quella che nella realtà andava in scena e in tribunale ogni giorno, era ben altra cosa … e lui in quel momento sentiva di assomigliare molto ad un giovane agnello predestinato a diventare tenero abbacchio nella benedetta settimana pasquale sulla tavola di Gabriella.

– Ma come si fa a mangiare la carne degli agnelli ? Nessuno la dovrebbe mangiare !!!-, pensò schifato, a voce alta nella sua testa, poi salì sul tapis roulant e si sorprese, dopo cinque minuti, a correre veloce e sciolto come ai tempi del liceo. O almeno così gli sembrò. Erano passati più di quindici anni e nonostante tutto quel cumulo di ferite interiori, esternamente sembrava ancora il giovanotto fortunato di Vigna Clara, quello a cui aspiravano tutte le ragazze del Convitto, quello che aveva avuto il dono di nascere alto, bello e con la camicia griffata, il figlio del farmacista di Ponte Milvio, quello che aveva battuto tutti i record nella corsa sui mille e cinque, quello che aveva il ciuffo biondo più sexy degli altri, quello che non solo andava bene a scuola ma era da sempre il più portato in tutti gli sport scolastici. Vestito bene e sempre sorridente e gentile con tutti. Per questo il mondo, le ragazze, e le mamme delle ragazze lo adoravano. Un’educazione da favola. Un’intelligenza scolastica ineccepibile che cozzava però con una cieca stupidità naturale più grande del Colosseo e di tutta l’isola Tiberina. Bello e fregnone, come si dice a Roma. Ironia dei doni che la natura porta talvolta con sé.  A ognuno il suo e nessuno si lamenti.

Ma oggi la verità era proprio quella: Gabriella lo aveva fottuto, e fottuto definitivamente. Si sentì offeso. Altro che non vedere, come aveva fatto lui per tutti quegli anni …. non servivano più Maria, Elisa e Janette, le tre amiche che un giorno aveva definito “brutte arpie gelose”, a cercare di fargli aprire gli occhi.

– Speriamo almeno che l’abbacchio e il sottoscritto cuociano in pochi minuti, pensò. Accelerò il ritmo della corsa e gli sembrò di sentire poggiarsi su di sé lo sguardo commosso di Alfredo, il papà morto ormai da oltre dieci anni.

– Dai Pietro, sei avanti, non ti prenderanno più, voli come il vento…-

-Ma che dici papà, rantolo come un coker di dodici anni dopo un’ora di corsa a Villa Pamphili …

L’impressione di una brezza fredda, come di tramontana, che arriva al cuore, lo raggiunse e gli portò sulla parete specchiata, davanti al viso, ben vivida l’immagine di Alfredo e i suoi occhi lucidi.

– Povero papà, povero Alfredo, simpatico e fortunato farmacista a Ponte Milvio. Era capace di commuoversi ogni volta che Pietro accelerava la sua corsa allo stadio dei Marmi, non quando vinceva, ma prima, già quando il figliolo aumentava il ritmo staccando tutti per andare a vincere e a farsi baciare da Gabriella che, nel frattempo che lui correva e vinceva, non disdegnava di farsi corteggiare dal figlio del magistrato. Il bello di Alfredo era che si commuoveva quando il cuore di Pietro cominciava a battere forte per lo sforzo, quasi percepisse il dolore e nello stesso tempo l’amore che quel piccolo cuore potente aveva per il suo padroncino; come un presagio rovesciato di quello che una triste notte d’agosto il suo non avrebbe saputo fare.

E forse era stato davvero meglio così. Se ne era andato ancora abbastanza giovane Alfredo e non aveva assistito a niente di quello di cui parleremo, e nella maledetta sfortuna aveva avuto almeno la benedetta fortuna di non assistere a quel bel po’ po’ di “licenziamento” e successivo ”pignoramento” operato da Gabriella senza anestesia e a mani nude, prima su Pietro e poi sulla farmacia e su tutte le cose di famiglia.

Più che di differenti personalità, si trattava di specie diverse.

Alfredo era una personcina perbene e si sarebbe sentito a suo agio su quel campo da calcio immaginario, senza confini e senza imbrogli, idealizzato da Pietro.

Alfredo era un galantuomo dolce, e in quel campo avrebbe giocato bene dappertutto, ma se avesse potuto scegliere un ruolo, avrebbe scelto di giocare all’ala destra, ed indossare il numero sette, ed anche se non era un viscerale tifoso della Roma, avrebbe giocato, né più né meno, alla maniera di Bruno Conti.

Padre e figlio, uno laziale e l’altro romanista. Strano vero ?

Eppure quanto si assomigliavano.

… … …

(La Vie Nouvelle, Paolo Benassi, 2017)

Il Sonno, piccolo caso clinico di Gabriella e Giovanni

IMG_2975.JPG

“Quella sera Giovanni portò la nuova ragazza in quel bel ristorante sulla spiaggia e le disse di essersi accorto che da qualche tempo provava un grande sentimento per lei. Lei gli fece gli occhi dolci per tutta la cena e poi prima del sorbetto si sporse sfacciatamente  fino a lui e lo baciò davanti a tutta la sala. Giovanni sorrise e la baciò di nuovo. Il ballo ricominciava. Povera lei.”

Andrea completò l’ultima riga e rilesse velocemente tutta la breve storia. Finito. Così ne aveva terminato un’altra, un’altra piccola storia. Aveva cambiato i nomi, le città ed i mestieri, omesso i particolari piccanti, rovesciato le situazioni, invertito i tempi e le azioni, fatto dire le battute ad uno invece che all’altra. Nessuno degli attori si sarebbe potuto riconoscere in quel racconto, un altra delle sue piccole storie, uno dei suoi piccoli casi clinici immaginari, e del tutto completamente inventati.

Ma la storia era cominciata qualche anno prima, quando Andrea aveva aperto lui stesso la porta ed era rimasto subito colpito dalla bellezza di Gabriella.

-Buonasera Sig.ra Martini, prego si accomodi, la stavo aspettando. Gabriella dopo cinque minuti era accomodata sul lettino, Andrea aveva soffuso la luce, come faceva sempre, anche al primo incontro con un nuovo paziente e le aveva chiesto di parlare con gli occhi chiusi, rilassata,  e si era seduto vicino a lei.

-Sono qua per risolvere un problema che mi porto dietro da anni, dottore. Non dormo. Non dormo più. Una volta dormivo meravigliosamente, poi un giorno ho smesso di dormire. Ho già visto molti altri strizzacervelli come lei dottore e nessuno è stato in grado di risolvere il mio problema. Avevo anche deciso di smettere di frequentarne ma mi ha parlato bene di Lei una mia amica che è stata sua cliente qualche tempo fa e che ogni tanto la incontra giù al Bistrot; Voglio fare un altro tentativo, il mio disturbo mi crea grossi problemi dovunque. Ma sono molto sfiduciata.-.

Andrea aveva cominciato a studiarla. Gabriella ha più o meno una quarantacinquina di anni, è alta, magra, capelli neri lunghi e lucidi, molto lunghi e curati, come se ne vedono pochi in questi giorni, un naso grande ed importante ma bello e ben sistemato su un viso bianco pallido, dove spiccano due potenti occhi neri. Mediterranea di certo, forse con origini siciliane. Avvocato. Molto elegante, mani e gambe ben curate. Una grande eleganza scelta con cura e portata con grande naturalezza. Gabriella non può certo passare inosservata nel mondo degli uomini eppure è sofferente, molto sofferente proprio a causa di un uomo. E la causa dei suoi guai è Giovanni.

-Dottore, una delle cose più belle della mia vita per oltre trent’anni è stato il sonno. Mi addormentavo con una facilità inaudita. Fin da bambina appoggiavo la testa sul cuscino, sull’erba, sulla sabbia, dovunque fossi e se decidevo di dormire, sia di notte che di giorno il sonno immediatamente arrivava profondissimo. Facevo anche gran bei sogni. Il sonno per me non è mai stato un problema, ho sempre avuto un bellissimo rapporto con il dormire, consideravo il sonno il mio più grande amico: poggiavo la testa sul cuscino, chiudevo gli occhi, uno due, tre… e partivo, per risvegliarmi completamente riposata e felice il mattino dopo. Il sonno è sempre stata un’ancora di salvezza in tutto per me, una vera certezza. Pensi che fino al giorno che non incontrai Giovanni, io potevo andare a letto in qualsiasi momento della giornata, e immediatamente  ero capace di addormentarmi. A qualsiasi ora, alle due del pomeriggio, alle otto di sera, alle undici di mattina, e sempre ero in grado di ricevere il mio fabbisogno di sonno di cui avevo bisogno in quel momento. Poteva trattarsi di un’ora, poteva trattarsi di dieci ore, tutto avveniva con una facilità impressionante.

Anche durante i miei due matrimoni, nonostante le crisi coniugali, i cambiamenti, i problemi legati a un divorzio e alla seconda separazione, comunque il sonno mi è sempre stato di sollievo ed aiuto. Tutto questo ha funzionato per 45 anni. Poi un giorno ho incontrato Giovanni. ed ha funzionato anche durante i sei mesi di relazione che ho avuto lui. Poi quando Giovanni, che mi aveva promesso mari e monti, un giorno si è con disinvoltura tirato indietro, per scappare dietro a chissà quale altra farfallina, più o meno grande di me, da quel giorno non riesco più ad addormentarmi.

La difficoltà più grande è nel prendere sonno.

È successo qualcosa, il mio sistema biologico, forse psicologico, forse emozionale, come sicuramente crederà lei, si è di colpo inceppato. E pensare che quella con Giovanni in realtà non è stata una storia importante… o almeno non mi era sembrata una storia importante. Avevo conosciuto Giovanni, un pilota dell’Alitalia, molto più grande di me, alla fiera di Roma, un giorno in cui ci siamo quasi sbattuti addosso, mentre cercavamo un posticino seduti  per vedere da vicino un balletto a una specie di festival dell’oriente. Giovanni è un bell’uomo ma neanche poi tanto bello se lo vede, molto premuroso, molto sorridente, molto preciso nelle sue cose. Lavora in Alitalia, ma ormai, forse per l’età, non lo fanno volare moltissimo e lui è contento perché così ha più tempo per sè. Aveva sempre un sacco di tempo a disposizione, e nei sei mesi che ci siamo frequentati come amici e poi come amanti, mi accompagnava dappertutto.  Diceva sempre di sì. Non ero innamorata, mi faceva piacere la sua compagnia, mi faceva piacere fare l’amore con lui, eravamo molto in sintonia sessualmente, era potente e simpatico, andavamo spesso al cinema quando lui era a Roma, e ci piacevano ad entrambi le commedie sopra le righe. La nostra era senza dubbio una relazione leggera, leggerissima e bella, ma non esclusiva e non possessiva. È durata così per circa sei, sette mesi fino a che una sera, in un bel ristorante sul mare dove eravamo andati a festeggiare un mio piccolo successo professionale, una causa di lavoro molto difficile ma che invece avevo vinto brillantemente,  Giovanni mi ha detto che si era accorto che io ero pian piano diventata molto importante per lui.

Giovanni era stato single tutta la vita, aveva avuto donne bellissime e donne meno belle, era stato un pilota che aveva girato il mondo, anche se adesso lo facevano lavorare poco, e lui di questo era contento, non ci teneva passare come diceva spesso la sua vita in una specie di supposta che si muove da una città all’altra. Quella sera Giovanni dice a Gabriella che improvvisamente ha riconosciuto dentro di sé un grande sentimento per lei, una cosa rara, che non aveva mai conosciuto. Una vera sorpresa, ma nei giorni successivi succede qualcosa e i due attori cominciano a vedersi più spesso, passano più tempo insieme, dormono insieme molto più di prima, cosa che facevano raramente, insomma iniziano comportarsi e a sviluppare le dinamiche di una coppia.  Inizia una specie di relazione tra un gentleman brizzolato ed una bellissima mora. La cosa buffa che tutto questo dura all’incirca un paio di mesi, poi un giorno Giovanni, nello stesso locale, nella stessa stagione,  e più o meno allo stesso orario della volta precedente le dici che si è stancato, che ha deciso di interrompere la relazione. Che quel grande sentimento ce l’aveva ancora ma sotto forma diversa, qualcos’altro si era mischiato a quel sentimento, creando un miscuglio indecifrabile e dall’incerto sapore amarognolo. È un senso di stanchezza, di ripetitività, di noia, di disinteresse, di voglia di libertà.

Te lo dico subito Gabriella, le dice, preferisco essere sincero, come lo sono sempre stato con te, te lo dico perché non vorrei mai vedere che io mi allontano senza avertelo detto,  senza averti spiegato le ragioni. In questi due mesi così come era cresciuto il nostro sentimento, così è passato. Mi colpiscono altri visi, sono attratto da un’altra donna, ogni tanto ci vediamo, non abbiamo ancora fatto niente insieme, ma mi fa ridere tanto, mi incuriosisce, le sento più leggera di noi due insieme. Noi due mi sembra che siamo diventati pesanti. Diciamo che ti sto lasciando Gabriella, tiro corto Giovanni.

Gabriella si rende conto che in quel momento è stata lasciata, ma non è la prima volta. Nonostante sia una donna bellissima è già stata lasciata in altre occasioni in passato, sia quand’era ragazza sia nel primo matrimonio che aveva avuto. Ha esperienza della vita, sa che in questo momento comunque una ferita si è aperta nella sua mente e nel suo corpo, ma sa che possiede tutte le risorse per uscirne fuori, anche perché Giovanni è stato così sincero e diretto, così veloce e così spietato, che potrebbe sembrare aver facilitato tutto, sembra aver facilitato la rimozione.

Quella sera Gabriella va a casa e dorme, come tutte le sere precedenti nella sua vita. Si addormenta immediatamente, fa un sogno confuso, qua e là anche un po’ fiabesco, non ci sono presagi di sofferenza, non ci sono anticipazioni di dolore, anzi nel sogno le cose che accadono sono piacevoli, sono belle e al mattino dopo Gabriella completamente riposata si sveglia e pensa che con facilità riuscirai a dimenticare anche questa storia, anche questa breve relazione con Giovanni, come un piccolo incidente di percorso.

Si dice tra sé: – Va bene, rimarremo amici, queste cose possono succedere tra persone grandi.

In fondo Gabriella  non ha mai veramente sofferto per un uomo. Non ricorda di avere mai sofferto. O almeno non se lo ricorda. Per tutto il giorno non pensa a Giovanni, non le viene in mente nemmeno la sera, giusto un flash, un attimo mentre si strucca, ma sembra che sia già la relazione vissuta sia una cosa dimenticata: si fa anche i complimenti riconoscendo a sè stessa che ha molte risorse. Poi si mette a letto, e pensa di riuscire a dormire, ma non chiude occhio. Non chiude occhio quella sera per tutta la notte. Ogni tanto il pensiero va verso Giovanni, ma lei lo elimina immediatamente, e ci riesce bene, altre cose le vengono in mente, altri progetti, altre preoccupazioni, altri problemi, altri obiettivi, ma non riesce più ad addormentarsi. Al mattino dopo è distrutta e ne risente in tribunale e il pomeriggio s studio. Continua così senza dormire per alcuni giorni, poi va dal medico e si fa prescrivere una potente benzo-diazepina per riuscire a dormire, ma la partenza del sonno anche con le compresse è difficilissima. E dorme poco, si risveglia spesso. Il sonno è estremamente precario. Non riesce addormentarsi, e quando si addormenta il Sonno è diventato leggero, quasi un dormiveglia, percepisce il corpo che si muove da una parte all’altra, sopra e sotto, di fianco, supina con gli occhi aperti al soffitto e rivoltata, niente da fare non si riesce a chiudere un occhio. Nemmeno con una bella dose di Tavor.

Nelle settimane successive, data la tremenda fatica nel cercare di riposare almeno qualche breve momento nella notte, Gabriella si mette in cura con uno psichiatra, e poi con un’altra ancora, e poi con uno psicologo ed un terapeuta. Cerca di stancarsi più possibile per fare in modo di riuscire ad addormentarsi almeno quando entra nel letto. Niente da fare il sonno non c’è più, il Sonno è svanito, come sono svanite tutte le promesse che Giovanni le aveva fatto in quei due mesi. Quando pensa Giovanni ormai lo pensa in compagnia di un’altra donna, la pensa meno bella di lei ovviamente, ma con la caratteristica di essere più simpatica di lei. La pensa bionda, la pensa allegra, la pensa giovane, la pensa più vecchia ma più stimolante e sexy di lei. E pensa Giovanni che sorride e fa all’amore con la nuova compagna. Il sonno non c’è più.

(La Vie Nouvelle, Paolo Benassi, 2017)